D’Avenia dà lezioni di felicità | Recensione di “L’arte di essere fragili”

Può (ancora) la letteratura insegnare la felicità? Ce lo spiega Alessandro d’Avenia nel suo “L’arte di essere fragili”, scritto a quattro mani con Giacomo Leopardi. Si, proprio quello del pessimismo cosmico… Provare per credere!

L’arte di essere fragili, l’ultimo di Alessandro D’Avenia ha un sottotitolo curioso, Come Leopardi può salvarti la vita. E qui molti si chiederanno che cosa possa centrare il maestro del pessimismo per eccellenza, ovvero il buon Giacomino, con “il salvarci la vita”. Abituati a leggere il poeta di Recanati sotto la lente del pessimismo, individuale, storico e cosmico, vederlo associato ad una sorta di “manuale per la felicità”, suona quasi ironico. Ma già dalle prime pagine, si comprende che proprio così non è.

Raccontami dove hai trovato la forza, Giacomo. (…) Raccontaci come si lotta per essere felici quando tutto il mondo resiste e la corrente è contraria, perché noi possiamo trovare la tua chiarezza e la tua forza. Insegnaci il segreto di un cielo stellato trecentosessantacinque giorni all’anno, di una vita che si aggrappa al futuro…

Così cominciamo questo piacevole percorso nella vita di Giacomo Leopardi, partendo dagli anni dell’adolescenza arrivando sino a quelli della maturità, in una narrazione che vuole idealmente ripercorrere quelle che sono le emozioni, le sensazioni, i pensieri e le consapevolezze che ogni individuo sviluppa e matura nell’arco della propria vita. Fil rouge di questa narrazione, l’esperienza poetica e di vita di Leopardi, i suoi scritti e la sua letteratura. D’Avenia si rivolge al poeta come ad un compagno di bevute, un caro amico che conosce tutto di te ed è lì pronto, ancora una volta, ad ascoltarti.

In questo dialogo apparente tra uomini appartenenti a diverse epoche e generazioni, emergono tutti i dubbi, le passioni e i pensieri che caratterizzano il nostro stesso essere umani. La scoperta della propria identità, della propria finitudine, della stessa fragilità che caratterizza la vita: diventano come archetipi in grado di attraversare epoche e mondi, e di dare risposte ancora tremendamente attuali.

…per poter essere raggiunto, l’infinito deve essere prima ferito, ostacolato, limitato. Abitare il limite, valicarlo con la forza dell’immaginazione, lottare per un nuovo compimento: ecco cosa mi hai insegnato.

Ma non immaginiamoci un “saggio” di letteratura classico. Lo stile di D’Avenia è quello dei bravi (e rari) professori, di quelli che “vale più la pratica della grammatica”, di quelli che non si riempiono la bocca di parolone antiche, tecniche e desuete, ma sanno arrivare dritti al punto, rendendo semplici e subito comprensibili idee e concetti anche molto profondi.

Veloce e diretto, il libro scorre inciampando qua e là in qualche passaggio un po’ stucchevole o in aria di facile retorica, ma la limpidezza la fa da padrona e, quando si chiude il libro, ci si sente più leggeri. Anche quando si affrontano tematiche più spinose, come il fallimento dei propri desideri e progetti, la paura della morte, il cambiamento inatteso. D’Avenia infonde ogni riga del suo libro di una forte carica positiva, che ci porta a leggere anche i vantaggi del lato negativo della medaglia. Ci viene il sospetto che, alle volte, tenda a piegare il pensiero di Leopardi alle sue necessità narrative, ma non sarebbe nelle corde di un bravo prof. come lui!

Andare incontro alla fortuna è accettare tutta l’incertezza di chi si fa carico del proprio destino e lo rende un compito. Se l’adolescenza è fatta per scoprire per cosa valga la pena vivere, la maturità è il momento in cui ci si scontra con ciò che, nella vita di tutti i giorni, ci fa sperimentare la morte mentre cerchiamo di realizzare ciò per cui vale la pena vivere…

Grazie a Giacomo, alla sua vita così “tormentata” dalla sorte e dalla vita scopriamo anche quali sono i veri affetti e i veri valori che dovrebbero abitare anche le nostre esistenze. La forza dell’amore, semplice e vero così come solo l’amicizia può dare, ancora più del compagno di vita. La speranza riposta nel bello, nella meraviglia che riesce a scardinare le volgarità di un’esistenza gretta e senza speranze, senza rapimenti, senza la consapevolezza dei propri limiti. Grazie alle parola di questo professore di oggi, moderno e di tendenza, impariamo a conoscere Leopardi per quello che era: un “esploratore dell’infinito dal corpo fragilissimo e per questo interamente proteso alla vita”. Rovesciamo il bicchiere che, da messo vuoto, diventa mezzo pieno e impariamo a leggere il suo pessimismo come qualcosa di nuovo, come una promessa rinnovata alla vita che non può e non deve soccombere alla sua mortalità, come la difesa delle cose più fragili. Il noto pessimismo leopardiano diventa, così causa e origine di quel moto, di quello slancio che ti fa buttare nel mondo a pieno coraggio.

E sopra tutto, la poesia, unico sigillo di veridicità, unica salvezza e bellezza nelle tenebre, “luce quando sei al buio”.

Il segreto della poesia è lo stesso a cui ci costringe l’imminenza della morte: vivere le cose con la purezza della prima volta, proprio per timore che sia l’ultima.


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Mi chiamo Mariana, sono una ladra, compulsiva, ossessiva e ripetitiva. E sono una Ladra di Libri.
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