Di ghiaccio e d’oro di Angela Withe

Pronti per il week end? Ecco una lettura di tutto relax (e passione). Preparatevi a sognare con Di Ghiaccio e d’oro, di Angela Withe.

Oramai lo dovreste sapere, lo dice anche il sacro codice del Ladro di Libri: un vero ladro dice solo la verità. Così, sarò costretta ad essere sincera sino in fondo. Quando ho preso tra le mani il libro di Angela Withe, pensavo fosse il solito romanzo rosa di ambientazione medioevale e già mi apprestavo alla solita storiella tra damine indifese e abili cavalieri corteggiatori. Pensavo, insomma, fosse un cosiddetto “calesse”.

Bhè, devo chiedere scusa all’autrice per questa mancanza di fiducia. Di ghiaccio e d’oro non è assolutamente un calesse, ma vero amore. Parola di Ladra (ed anche le Ladre possono sbagliare!)

Quando Arabelle rimane orfana dei genitori, la notte sembra scendere sulla sua anima e la ragazza spensierata che era stata, sembra non esserci più. Destinata dalla famiglia della madre alla vita monastica, viene mandata al convento di St. Mary on the Lake, dove trascorre  gli anni di novizia, in preparazione dei voti. E qui Arabelle viene a conoscenza di un mondo insospettato, fatto di arti mediche e curative e, soprattutto, magiche. E quasi la notte sembra dissiparsi dal suo animo, nella quiete del convento, dei voti da prendere alla fine dell’estate e di una vita rassegnata all’isolamento. Ma il matrimonio improvviso di una delle novizie, Rosalyn, figlia del Conte di Almar, catapulta Arabelle fuori da questo sicuro mondo. E la farà scontrare con il suo ricordo più doloroso e piacevole insieme, qualcosa che pensava di aver allontanato dal suo animo di iniziata e che che ha il volto del giovane Bryan Fritzlance, un tempo ragazzino ed ora impavido cavaliere, che nel suo cuore ha custodito gelosamente l’amore puro e vero che serbava per la giovane Arabelle.

Quella di “Di ghiaccio e d’oro” è una storia di destini segnati ed incrociati che spesso giocano a nascondino con le sue “vittime”. Animato da sentimenti nobili e semplici, il romanzo della Withe ha un cuore caldo e d’oro che va preservato, custodito e coccolato con amorevoli cure di lettore. Un cuore che ha tutto il potenziale per diventare grande. Ecco perché.

La scrittura e lo stile. Curato e accurato. Sono i due aggettivi che meglio definiscono lo stile di Angela Withe. E questa volta parto dallo stile perchè credo che per un romanzo in costume, e di ambientazione medioevale, ci sia bisogno di una scrittura di altri tempi: per aiutarci nell’immersione di un mondo oramai scomparso, per essere il più possibilmente coerente con quanto scritto, per rispettare il patto narrativo che si è stretto con il lettore nel momento in cui si è decisa un’epoca piuttosto di un’altra. Angela Withe questo patto riesce a mantenerlo discretamente bene, senza mai perdere la concentrazione e costruendo una prosa agile ma che non disdegna una certa poeticità.

È inevitabile, mia signora. I giovani lupi si azzannano ferocemente, prima di eleggere la giuda del branco. E il bestiario che abbiamo di fronte è decisamente ricco. Gatti, orsi, falchi, vipere – osservò asciutto Jamie Lamartes.
Arabelle si voltò verso di lui con un cortese inchino.
– E voi cosa siete, messere?
Il giovane sorrise.
– Io sono un uomo, Lady Arabelle

La trama. Se ci dovessimo fermare alla sinossi, questo romanzo non ci direbbe gran ché. Anche nel breve riassunto che vi ho riportato ad inizio recensione, questa storia sembra proprio una delle tante che potrebbero essere state scritte, di armi e d’amori, tra duelli, giostre e animi infuocati di passione. Ma non è così. Angela Withe sa tessere su questo plot da manuale una ricca ed intricata serie di avvenimenti in grado di rendere la trama avvincente e appassionante. Avvenimento che sono in grado di ancorarti alle pagine anche solo per la pura curiosità di scoprire come si incastreranno tutti insieme. E, parola di Ladra, di incastrano sempre tutti alla perfezione. Così, a tratti, sembra di assistere ad un racconto da antico bardo, una vera chanson de geste tradotta per i contemporanei, di quelle che dovevano sentirsi raccontate alle corti degli antichi signori nei giorni di festa. In Di ghiaccio e d’oro c’è tutto: l’amor cortese e l’amore carnale, la morte, la magia e l’arte curativa, il vecchio mondo pagano e il “nuovo” mondo cristiano, la verità e la menzogna, la vecchiaia e la gioventù. Tutto sapientemente tenuto a bada, pur con qualche “giovanile” ingenuità, su cui si può tranquillamente sorvolare!

– Per quanto capaci, due guerrieri non possono vincere ua battaglia da soli – osservò, ma Christian scosse il capo.
– Il tuo tutore e sir Benjamin lo hanno fatto molte volte – gli ricorò. Jamie provò nel cuore una fitta di malinconia.
– Lord Lionfield e Sir Benjamin comvattevano contro il destino. Di fronte a quello tutti gli avversari ne escono ridimensionati.

I personaggi. Psicologie nette e distinte, ma mai scontate. I personaggi della Withe hanno una profondità di sentimenti e di emozioni che, spesso, lascia senza fiato noi poveri lettori che ne seguiamo i ragionamenti e i patimenti. Ed è proprio questa emotività che sembra guidarli nel percorso di “personaggi”. Sono i loro istinti, le passioni, i pensieri anche a volte avventati, che li fanno andare avanti. Anche il più anziano di loro, anche quello che dovrebbe serbare più contegno di tutti è invece mosso dall’amore (o da altri demoni). E c’è qualcosa di epico in questa definizione di “spicologia”, qualcosa che li rende perfetti per la trama ordina dall’autrice e che li fa stare comodi nel proprio ruolo. Tutti nessino escluso. Non meravigliatevi, quindi, se a parlare saranno le loro emozioni. La Chanson è fatta così: prendere o lasciare!

Il vero amore. Che volto ha l’amore? Leggendo questo romanzo, si direbbe quello di Arabelle e Bryan. Ma non illudetevi. Qui le fanciulle non si fanno salvare dai bei cavalieri tenebrosi e non ci sono solo dolci parole d’amore. Il loro è un amore che nasce dai lombi, che è attrazione fatale sin dal primo incontro, come se le fibre del loro essere avessero cominciato a risuonare davvero solo al primo contatto delle loro mani. Ma il percorso che li porterà alla consapevolezza di questo sentimento non sarà né facile, né indolore. È il riconoscimento del proprio destino e, in quanto tale, serba una ineluttabilità dolcemente dolorosa.

– Angelo mio, ma cosa sai tu del tormento di desideri impossibili? Vedere una cosa, desiderarla, volerla! E sapere che non è destinata a te. Che niente è destinato a te. E volerla lo stesso. Volere tutto.
Arabella trasalì, mentre le sue parola la colpivano nel profondo.


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Mi chiamo Mariana, sono una ladra, compulsiva, ossessiva e ripetitiva. E sono una Ladra di Libri.
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