Storia di una ladra di libri: tra film e romanzo

Storia di una Ladra di Libri è un romanzo e un film: entrambi acclamati dal pubblico. Tra Markus Zusak e il film di Brian Percival, cosa significa leggere parole e vedere immagini.

Il potere dell’immagine ci affascina sin dalla più tenera età. La forma delle immagini – come diceva ieri Paolo Boriani nella sua intervista – è talmente forte da determinare un nuovo linguaggio. Se ci stiamo chiedendo, quindi, tra cinema e romanzo, a quale dei due debba essere data precedenza nel lavoro di trasposizione cinematografica, dobbiamo guardare ad esempi in cui il pubblico ha innalzato il film non tanto per la sua espressività, quanto per la trama narrata. Ovvero per il libro da cui è stata tratta.

Il caso della Storia di una ladra di libri è proprio questo. Nel 2005 Markus Zusak pubblica un romanzo che è sin da subito un best seller, tra premi letterari (almeno una decina), otto milioni di copie vendute nel mondo e sette anni di classifica. Il suo titolo originale è “La bambina che salvava i libri” e racconta una storia realmente accaduta e che sarebbe potuta accadere a qualsiasi famiglia vissuta tra Austria e Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Liesel ruba mele per sfamare se stessa e il fratellino, e ruba anche libri perchè comprende che salvarli, dalle rovine, dai roghi delle macerie è un po’ come salvare anche sé stesse. Ognuno di loro è una piccola ancora di salvezza contro la follia di quella guerra, contro la miseria, la violenza e la fame.

La gente tende a notare i colori di una giornata solo all’inizio ed alla fine, ma per me è chiaro che in un giorno si susseguono un’infinità di sfumature e tinte, in ogni istante.

Una storia che procede a flashback discontinui, e che si compone pagina dopo pagina, con uno stile leggero come una sonata di Liszt. Unica giuda, la memoria che riaffiora come un fiume in piena e la voce della Morte, narratrice nascosta, osservatrice attenta del reale. Il suo sguardo mette a nudo ogni piccolo dettaglio del nostro stare al mondo. Grazie alla sua totale estraneità alla vita, Zusak riesce a descrivere le esistenze dei suoi personaggi come “traboccanti di vita”, proprio lì dove la vita ha meno ragione di essere.

Sì, mi ricordo sovente di lei, e in una delle mie tasche ho conservato la sua storia da raccontare. Non è che una della miriade di storie che porto con me, ognuna a suo modo straordinaria. Ciascuna di loro rappresenta un tentativo, un fatico tentativo, di dimostrarmi che la vostra esistenza di uomini vale la pena di essere vissuta.

Nel 2016, il best seller di Zusak viene trasposto per il grande schermo dal regista, Brian Percival. Una bella pellicola che cerca di ricalcare i toni leggeri, pur cupi, della storia di Zusak. Una pellicola che è stata sin da subito amata dal grande pubblico e dalle sale cinematografiche. Riguardando questo film mi sono chiesta perchè e la conclusione a cui sono arrivata è che il film ha avuto successo perchè il romanzo racconta una storia che ha i toni dell’universale.

Non mi metterò, infatti, a fare l’elenco delle differenze microscopiche tra libro e film. Lascio questo compito a chi coltiva il gusto pruriginoso del didascalico. Io invece vi parlerò di quello che non ho visto nel film. Non ho visto l’occhio ironico e disincantato del suo autore, quel modo di raccontare fresco e mai pesante che Zusak mostra in ogni pagina. Anche se l’escamotage di far narrare la vicenda alla morte viene conservato, se ne perde quella dimensione di “alterità” che assumono sempre le storie quando vengono narrate da chi non le ha vissute direttamente, ma solo viste accadere. Una alterità che fa sentire ancora più pesantemente la forza di ogni accadimento. E invece la pellicola di Percival, oltre che scorrere lenta e fissa nel tempo, riordinato cronologicamente dagli sceneggiatori, ci racconta una storia quasi patinata, senza particolari eccessi, quasi da manuale.

Un secondo elemento stona in questo panorama. Si tratta del punto di vista dell’autore, o meglio del messaggio che Zusak ha voluto tramandare grazie alla storia della Ladra. Ed è quello della parola, scritta e raccontata. Per l’autore, queste ultime sono i veri eroi della storia. Non Max, non Liesel, non Rosa ed Hans. Bensì i libri, la loro forza che riesce lì dove non riesce la vita stessa: salvare le anime, le menti dalla disperazione. Per Zusak diventano una fiammella sempre accesa in grado di rischiarare anche la peggiore delle realtà. Le storie che gravitano intorno a questi elementi, non sono che un pretesto, un modo per far si che questo messaggio, questa storia venga a galla e venga ricordata.

E nel film? Percival fa esattamente il contrario, trasformando i libri in un pretesto per raccontare una storia, bella e toccante, ma semplice accadimento. I libri si dibattono sullo sfondo, relegati a mezzi galeotti per far scattare azioni e reazioni, per raccontarci il punto di vista del regista, quello incentrato sulla parola creatrice più che salvatrice. E che ha però il sapore di un mediocre surrogato.

Se, quindi, alla pellicola di Percival togliessimo i sentimenti, la forza narrativa e le immagini che Zusak costruisce nel suo romanzo, ne rimarrebbe un film mediocre che racconta una delle tante storie tramandateci dalla memoria di chi quella Guerra infernale l’ha vissuta. Bello, da vedere, ma nel confronto, la vittoria va al libro. Senza ombra di dubbio.


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Mi chiamo Mariana, sono una ladra, compulsiva, ossessiva e ripetitiva. E sono una Ladra di Libri.
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